Fashioning a Circular Industry: come implementare l’economia circolare nel fashion

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Lo scorso mese Material ConneXion Italia e Trash-2-Cash hanno organizzato l’evento Circular Conversations: Fashioning a Circular Industry per discutere di visioni, progetti e proposte in tema di economia circolare nel settore della moda. L’iniziativa di proporre questo incontro nasce dalla vicinanza da sempre di MCI ai temi dell’innovazione sostenibile e l’osservazione che il paradigma della circolarità sta investendo anche il modello produttivo e di consumo del settore tessile e abbigliamento, uno dei più importanti dell’economia globale ma anche altamente inquinante e dispendioso in termini di risorse e rifiuti. I partecipanti sono stati accolti da Christian Tubito, Project Manager Innovation & Research di Material ConneXion Italia e moderatore dell’incontro, con un’introduzione alla tematica sottolineando come risulta necessario interrogarsi non solo sulla riduzione degli impatti ambientali ma definire nuove visioni e opportunità per attuare sistemi circolari e catene del valore etiche. Strada già intrapresa dalla UE come dimostra l’approvazione del “Circular Economy Package” di recente sottoscrizione e che porta anche una firma italiana, quella dell’eurodeputata Simona Bonafé.

 

L’incontro è stato aperto da Rebecca Earley, co-direttore del Center for Circular Design e Professor of Sustainable Fashion Textile Design del prestigioso Chelsea College of Arts di Londra (UAL) con il suo intervento ‘Circular Textile Transitions: designing materials, models and mindsets for a holistic industry‘. Earley ha brevemente introdotto il suo lavoro con il team del Centre for Circular Design (CCD) dove sta esplorando e definendo i futuri ruoli del textile design nell’emergente economia circolare con riferimenti ai temi approfonditi all’interno dei progetti internazionali Trash-2-Cash e Mistra Future Fashion.

 

 

La ricercatrice e designer ha illustrato come un approccio circolare per l’industria tessile richiede non solo nuove competenze ai designer, ma anche un alto livello di innovazione dei materiali e conoscenze approfondite sull’intero sistema. Inoltre, ha mostrato le sue strategie utilizzate per iniziare la discussione sul tema sostenibilità ambientale all’interno delle aziende, soggetto complesso e molto ampio che richiede di trovare il proprio punto focale.

Un altro aspetto sottolineato da Earley è la necessità di considerare prodotti e materiali nel loro contesto d’uso temporale. Difficilmente però aziende e i progettisti riescono a ragionare in un arco temporale che vada oltre l’orizzonte di 30 – 50 anni. Detto questo, l’approccio ‘slow’ tanto elogiato non risulta essere necessariamente la strategia vincente, se valutato sotto aspetti di sostenibilità ambientale e sociale. Occorre invece avere una visione sistemica che permette di valutare l’intero ciclo di vita di un prodotto. Esempio eclatante: attualmente i prodotti più ‘fast’ del fast-fashion sono realizzati con i materiali più ‘slow’, ovvero materia prima derivante dal petrolio. Considerato il fatto che il sistema moda non abbandonerà a breve l’approccio ‘fast’, bisogna dunque affrontare il cambio di paradigma da più punti nevralgici. Nel caso della scelta del materiale, si tratta quindi di trovare la materia prima giusta per il contesto d’uso, o viceversa la velocità giusta per il materiale utilizzato. Gli spunti forniti da Earley hanno permesso di innescare subito uno scambio Q&A intenso con il pubblico, interrotto malvolentieri dal moderatore per introdurre gli ospiti della Panel Discussion.

 

 

Il dibattito è stato aperto da Anna Pellizzari, Executive Director Material ConneXion Italia e co-curatrice del libro Neomateriali nell’economia circolare, illustrando come i materiali avanzati e le nuove tecnologie possono supportare il cambiamento del sistema da lineare a circolare, dove il rapporto tra eliminazione delle sostanze chimiche tossiche e la riciclabilità dei materiali è evidente: solo ciò che non è contaminato e contaminante può essere rigenerato in nuovi materiali senza compromettere la salute delle persone e gli equilibri ambientali. A seguire, Filippo Servalli, Director Marketing & Sustainability di RadiciGroup, ha approfondito il concetto di impronta ambientale di prodotto (Product Environmental Footprint – PEF) e di organizzazione (Organization Environmental Footprint – OEF).

Si tratta di strumenti di misurazione e miglioramento della performance ambientale nell’ottica del ciclo di vita, che consentiranno ad altre realtà industriali di affrontare i sistemi di certificazione ambientale e comprendere meglio le politiche della UE in materia di sicurezza ambientale. L’Aspetto della certificazione ripreso anche da Lorenzo Minetti, co-fondatore di Quagga, che segnala la difficoltà di trovare materia prima certificata. La giovane start-up si trova a operare tuttora in un mercato di nicchia con una clientela proveniente principalmente dall’oltralpe. Anche Alessandra Guffanti, presidente sezione bambino SMI, sottolinea la necessità di sensibilizzare il consumatore, soprattutto in mercati ancora poco attenti al tema come ad esempio quello ex-sovietico. Chiude il dibattito Marina Spadafora, Country Coordinator Fashion Revolution Italia e ambasciatrice moda etica nel mondo, evidenziando che non si tratta di confondere il tema della circolarità e dell’eticità ma che occorrerà approfittare che il rispetto dell’ambiente passi per il rispetto dei lavoratori. Responsabilità sociali, etiche e ambientali devono andare di pari passo e il cambiamento deve essere sistemico.

 

 

L’incontro che si è svolto all’interno della mostra Smart City: Materials, Technology & People ha visto la partecipazione di un ampio pubblico di professionisti sensibili alla tematica, un dato che si è tradotto in un’interazione e scambio di opinioni intenso e prolungato a seguito della panel discussion.

 

Se non hai avuto modo di partecipare puoi rivedere qui  l’intervento di Rebecca Earley e scaricare la sua presentazione qui

 

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