Il Padiglione Barcellona perde la sua matericità

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padiglione barcellona anna & eugeni bach

 

Gli architetti Anna & Eugeni Bach hanno deciso di applicare alla lettera la famosa massima “Less is more” rendendo il Padiglione Barcellona più minimale possibile, ricoprendo ogni sua superficie di pannelli bianchi.

Il duo spagnolo ha infatti deciso di nascondere le iconiche pareti marmoree della famosa opera di Mies va der Rohe dietro uno strato di pannelli in vinile.

 

Questo semplice atto trasforma il padiglione in un modello in scala 1:1, una rappresentazione di se stesso che apre le porte a molteplici riflessioni rispetto a temi quali il valore dell’originale, il ruolo della superficie bianca come immagine di modernità e l’importanza della materialità nella percezione di uno spazio” affermano i due progettisti.

 

L’installazione prende quindi il nome di Mies Missing Materiality e trasforma in gigantesca maquette quello che già di per sé potrebbe essere considerato un modello in scala di un originale. Il padiglione di Mies fu infatti terminato nel 1929 per l’Esposizione Internazionale di Barcellona e pensato come temporaneo (fu per questo smantellato già l’anno seguente). La struttura attualmente visitabile è infatti una ricostruzione datata 1986 realizzata da architetti locali utilizzando gli stessi materiali del progetto originale. Il caso in questione non si presenta certo come isolato come dimostra ad esempio la replica realizzata ne 1977 a Bologna, e recentemente restaurata, del famoso padiglione dell’Esprit Nouveau, progettato e realizzato nel 1925 da Le Corbusier Pierre Jeanneret in occasione dell’Esposizione Internazionale di Arti Decorative e Industriali Moderne.

 

padiglione esprit nouveau bologna

 

Che ruolo ha quindi la dimensione materica in un edificio e quanto l’originalità del manufatto fisico diventa imprescindibile nella considerazione del suo valore intrinseco? Può questo atto di “smaterializzazione” essere considerato la giusta esaltazione delle purissime linee pensate dall’architetto tedesco o è piuttosto un’azione di appiattimento che rende ogni lettura spaziale impossibile?

 

L’installazione si rende quindi partecipe di un dibattito più ampio già iniziato negli anni ’70 dall’artista Christo con il suo progetto di “impacchettamento” in tessuto di famosi monumenti tra cui il Reichstag di Berlino, offrendo non solo un’esperienza diversa di percezione di un’opera iconica ma anche uno stimolante spunto di riflessione sul rapporto tra forme, proporzioni e materiali.

 

christo reichstag berlino